MARATONA DEI SANTI E BEATI
Testi e canti
FRANCESCO
ALTO E GLORIOSO DIO
Alto e glorioso Dio
illumina il cuore mio,
dammi fede retta, speranza certa,
carità perfetta.
Dammi umiltà profonda,
dammi senno e cognoscimento,
che io possa sempre servire
con gioia i tuoi comandamenti.
Rapisca ti prego Signore,
l’ardente e dolce forza del tuo amore
la mente mia da tutte le cose,
perché io muoia per amor tuo,
come tu moristi per amor dell’amor mio.
Alto e glorioso Dio
illumina il cuore mio,
dammi fede retta, speranza certa,
carità perfetta.
Dammi umiltà profonda,
dammi senno e cognoscimento,
che io possa sempre servire
con gioia i tuoi comandamenti.
Dalla “Lettera ai fedeli”
Amiamo dunque Dio e adoriamolo con cuore puro e mente pura, poiché egli stesso, ricercando questo sopra tutte le cose, disse: «I veri adoratori adoreranno il Padre nello spirito e nella verità». Tutti infatti quelli che lo adorano, bisogna che lo adorino nello spirito della verità. Ed eleviamo a lui lodi e preghiere giorno e notte, dicendo: «Padre nostro, che sei nei cieli», poiché bisogna che noi preghiamo sempre senza stancarci. Facciamo, inoltre, frutti degni di penitenza. E amiamo i prossimi come noi stessi. E se qualcuno non vuole amarli come sé stesso, almeno non arrechi loro del male, ma faccia del bene.
Abbiamo perciò carità e umiltà e facciamo elemosine, perché l’elemosina lava l’anima dalle brutture dei peccati. Gli uomini, infatti, perdono tutte le cose che lasciano in questo mondo, ma portano con sé la ricompensa della carità e le elemosine che hanno fatto, delle quali avranno dal Signore il premio e la degna ricompensa. […]
E tutti quelli e quelle, che continueranno a fare tali cose e persevereranno in esse sino alla fine, riposerà su di essi lo Spirito del Signore, ed egli porrà in loro la sua abitazione e dimora. E saranno figli del Padre celeste, di cui fanno le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo. Siamo sposi, quando nello Spirito Santo l’anima fedele si unisce a Gesù Cristo. Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre suo, che è nel cielo. Siamo madri, quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo attraverso l’amore e la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri. […]
A colui che tanto patì per noi, che tanti beni ha elargito e ci elargirà in futuro, a Dio, ogni creatura che è nei cieli, sulla terra, nel mare e negli abissi, renda lode, gloria, onore e benedizione, poiché egli è la nostra virtù e la nostra fortezza, lui che solo è buono, solo altissimo, solo onnipotente, ammirabile, glorioso e solo è santo, degno di lode e benedetto per gli infiniti secoli dei secoli. Amen.
Dal “Testamento di Siena”
«Scrivi che benedico tutti i miei frati, che sono ora in questa Religione e quelli che vi entreranno sino alla fine del mondo. E siccome, a motivo della debolezza e per la sofferenza della malattia, non posso parlare, brevemente manifesto ai miei frati la mia volontà in queste tre parole. Cioè: in segno e memoria della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino gli uni gli altri, sempre amino ed osservino nostra signora la santa povertà, e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa madre Chiesa»(S
Dalle “Ammonizioni”
Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose, e per questo hanno ricevuto dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle.
CARLO ACUTIS
Testi
Da un intervento di Mons. Paolo Martinelli in occasione della beatificazione di Carlo Acutis
Nato a Londra, vissuto a Milano, morto a Monza, sepolto per suo espresso desiderio ad Assisi, Carlo Acutis è stato certamente uno di quelli che ha vissuto “alla grande”, all’altezza dei suoi desideri più veri.
Carlo non ha inseguito la moda del momento. È stato un “originale”, appunto; non ha vissuto da “fotocopia”, come lui stesso ha affermato in una delle sue frasi più famose. Era un giovane consapevole della sua dignità di figlio di Dio, di aver ricevuto il dono della vita per qualche cosa di grande.
La sua breve vita è stata vissuta intensamente: ha vissuto la vita come vocazione! Venendo a conoscere la sua storia, appare evidente l’imporsi in lui di un sentimento supremo: esistere, per lui, voleva dire essere voluto, essere amato; vivere non era per lui un caso senza senso. Si vive per uno scopo e questo scopo è l’amore!
Per questo sentiva la responsabilità di portare amore, soprattutto a coloro che più avevano bisogno, i poveri.
E la radice della sua certezza di essere amato da Dio in modo totale veniva dal mistero dell’Eucaristia, la sua “autostrada per il cielo”, come amava dire.
Carlo ha vissuto nella convinzione profonda della presenza di Cristo nella sua vita. Gesù non era per lui un’idea, era una presenza dolce alla sua vita. E questo certamente fa la differenza.
Il riferimento all’Eucaristia è decisivo per comprendere la fede viva di Carlo: il sacramento della presenza di Cristo, sentito contemporaneo alla propria vita.
Dagli appunti inediti di Carlo Acutis, pubblicati nella sua biografia.
- Invocare Dio? Si fa presto a dire. Eppure, se si vuole invocare con profitto il Signore, ci vuole tanta energia, fiducia, amore, assiduità, diligenza, sofferenza. Si può farlo istintivamente, emotivamente, ma si corre il rischio di non riuscire. Si può fare un buco nell’acqua.
- Un piccolo essere si rivolge all’Essere. Un finito all’Infinito. Un ignorante all’Onnisciente. Se umanamente ci si mette in ghingheri per parlare con un’autorità, perché non cercare di fare altrettanto quando ci si vuol mettere in contatto con il Signore? Pensare chi? L’Essere. E poi ci si rivolge.
- Ma come si rivolge l’uomo a Dio? Rimescolio di sentimenti, confusione di parole, farfugliamenti, balbettii. Poi… il silenzio. Silenzio di eternità. Silenzio di attesa. Silenzio di amore. Grande cosa è il pregare. Accolgo dalla bocca del Signore la parola di consolazione. Parola che consola, parola che fortifica, parola che illumina, parola che riscalda, parola che rinsavisce, parola che risuscita.
- Dio è la verità, e questa non ha bisogno di vocaboli, si esprime da sé. La voce dell’uomo è aspra, prepotente, arrogante, impaziente. Avvezzarsi alla voce di Dio è una grande grazia. Significa dare retta alla Verità. Allora l’intelligenza, il cui oggetto è il vero, consuona finalmente con il Cielo. Si fa cittadina ante tempus dell’Eternità. La verità diventa il suo cibo, la sua bevanda.
- Dio da sempre comunica con noi e vuole essere sempre in contatto con noi. Se questo invito è vero, perché non accettarlo? Rispondiamo a questo invito. Come? In ogni maniera. Quando? Sempre. Dove? Ovunque. Per quanto? Per sempre.
- Fuori del Signore è rumore, scompiglio, lite, guerra. Con Dio tutto è ordine, tutto è in ordine. Gesù mi invita a lasciare tutto e a farmi suo seguace. Gesù Cristo ci parla dentro e dovremmo ascoltarlo e seguirlo in tutto. Le altre voci sono veramente nulla. La coscienza svegliata dalla voce di Dio capisce che si è nel vero. Seguire questa voce è impostare l’esistenza in direzione della vita eterna.
Preghiera finale
Ti ringraziamo Signore, per averci dato la possibilità di meditare su questa figura così simile a noi, non solo per l’età, ma anche per il suo temperamento e per la sua vivacità. In questo momento e nella nostra vita, vogliamo percorre la strada con Carlo Acutis, con il sentimento vivo di «Essere sempre uniti a Gesù». Ti ringraziamo Signore, perché abbiamo compreso che quella di Carlo è una santità che coincide con la felicità e la gioia di vivere: egli è un ragazzo allegro, gioviale, con tanti amici, spensierato, ma allo stesso tempo con una Fede robusta che lo rende autentico nei rapporti. Carlo con la sua breve ma intensa vita, ci ricorda che la santità è una meta raggiungibile e ci mette in guardia dal rischio di essere tutti uguali, come fotocopie perché omologati dai messaggi condizionanti che i mezzi di comunicazione spesso ci impongono.
Diceva spesso: «Tutti nasciamo originali, ma molti muoiono come fotocopie». Vogliamo Signore, imitare Carlo nel suo amore per l’Eucaristia, «la sua autostrada per il cielo», pertanto, ci abbandoniamo nelle sue mani, affidando a lui i nostri affanni, i nostri pensieri, le nostre difficoltà aprendoci a Lui che è guida per i nostri passi.
CONIUGI BELTRAME QUATTROCCHI
Parole dei Coniugi Beltrame Quattrocchi
«il mistero grande dell’amore di Dio» e per aver «assunto con piena responsabilità il compito di collaborare con Lui nella procreazione, dedicandosi generosamente ai figli per educarli, guidarli, orientarli alla scoperta del Suo disegno d’amore»
“usciti di chiesa, mi dava il “buon-giorno”, come se la giornata soltanto allora avesse il ragionevole inizio. Ed era vero…”.
“Vivere guardando dal tetto in su”.
“La fedeltà nel minimo”.
“I tre pani per nutrire l’anima sono: Eucaristia, Parola e Volontà di Dio”, i più efficaci “integratori” dell’anima.
EDITH STEIN (TERESA BENEDETTA DELLA CROCE)
Espressioni di Edith Stein
“La vocazione non la si trova semplicemente dopo aver riflettuto ed esaminato le varie strade: è una risposta che si ottiene con la preghiera”
“Al momento in cui l’anima incontra Dio, comincia già a spuntare nella sua notte la luce dell’alba, preludio al nuovo giorno dell’eternità”
“Nell’empatia colgo l’altro non solo come corpo, ma come corpo vivente, come essere vivente: oltre al corpo, colgo il soggetto che vi abita, colgo l’altro come persona spirituale e scopro che i suoi gesti, le sue parole sono motivati dalla sua struttura personale; è lo spirito dell’altro che parla al mio spirito. Lo sforzo di penetrare nel suo mondo di valori mi porta ad approfondire la conoscenza del mio Io, a confrontare il mio mondo di valori con il suo, a volte fa risvegliare quanto in noi sta dormendo e scoprire quello che siamo e quello che non siamo”
“Non accettate nulla come verità che sia privo di amore; non accettate nulla come amore che sia privo di verità. L’uno senza l’altra diventa una menzogna”
“La mia sete della verità era una preghiera continua”
“Ora ti possiedo e non ti lascio mai più. Dovunque vada il cammino della mia vita. Tu sei accanto a me: nulla mi può mai separare dal Tuo amore”
“La morte di croce è il mezzo di redenzione prescelto dall’insondabile sapienza di Dio ed ha il potere di risvegliare alla vita coloro nei quali la vita divina è stata uccisa dal peccato»”
GIOVANNI PAOLO I
4 gennaio 1959
Parrocchia natale di Canale d’Agordo
Discorso (a braccio) ai compaesani, dopo la consacrazione a Vescovo
Miei cari paesani,
chi l’avrebbe mai detto che in questa chiesa, a Canale, dove io sono nato, dove ho giocato fanciullo, dove, durante le vacanze, mi avete visto lavorare con la falce e con il rastrello; in questa chiesa dove ho fatto la prima comunione, sono stato chierichetto; dove sono venuto a confessare le mie birichinate e i miei poveri peccati; chi l’avrebbe detto che oggi sarei comparso con queste insegne a pontificare e a predicare?!
In questo momento il mio animo è pervaso da vari sentimenti, ma soprattutto da un sentimento di confusione. Non so che cosa abbia pensato il Signore, che cosa abbia pensato il Papa, che cosa abbia pensato la divina provvidenza di me. Sto pensando in questi giorni che con me il Signore attua il suo vecchio sistema: prende i piccoli dal fango della strada e li mette in alto, prende la gente dai campi, dalle reti del mare, del lago e ne fa degli apostoli.
È il suo vecchio sistema. Certe cose il Signore non le vuole scrivere né sul bronzo né sul marmo, ma addirittura sulla polvere, affinché, se la scrittura resta, non scompaginata, non dispersa dal vento, sia ben chiaro che tutto è opera e tutto è merito del solo Signore. Io sono il piccolo di una volta, io sono colui che viene dai campi, io sono la pura e povera polvere; su questa polvere il Signore ha scritto la dignità episcopale. Se qualche cosa mai di bene salterà fuori da tutto questo, sia ben chiaro fin da adesso: è solo frutto della bontà, della grazia, della misericordia del Signore.
I vescovi nuovi, quando stanno per entrare in diocesi, devono preparare uno stemma; io ho dovuto fare lo stesso. In cima a questo stemma ho fatto mettere tre stelle. Possono significare le tre virtù teologiche: la fede, la speranza, la carità, che sono il centro di tutta la vita cristiana. Vi dirò qualche pensiero su queste tre virtù.
La fede: «mio Dio, io credo fermamente tutto quello che Voi avete rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere»: Per me, la fede è un incontro a tre: io, Dio, la Chiesa. Il Signore che parla non lo si vede più: Gesù è partito, è andato in paradiso; non è più visibile a questo mondo; al suo posto il Signore ha lasciato il Papa, ha lasciato i vescovi, ed è questi che noi dobbiamo sentire e ascoltare, anche se dicono cose difficili, se dicono misteri, è sempre Dio che parla: dobbiamo accettare come fanciulli quello che dicono: accettare. È un dono di Dio la fede; Dio solo lo dà a chi vuole; non si tratta di capire, non si tratta di essere intelligenti. Quando io trovo uno che non crede non posso dirgli: «Tu sei un testone, tu sei un ignorante». No: devo dire: «Io sono più fortunato e lui è meno fortunato. Il Signore non è stato così buono con lui». Avere fede è dono grande del Signore.
Poi c’è la speranza. La speranza vuol dire aspettare. Noi cristiani siamo gente che aspettiamo qualche cosa di bello, qualche cosa di straordinario dal Signore. E dobbiamo aspettare con grande fiducia. Quando si leggono i Salmi, è tutto una speranza. Si dice: «Signore, tu sei il mio rifugio; Signore, tu sei la mia luce; io non ho paura; Signore, io sono con te; Signore, tu sei il mio conforto; Signore, finché sei al mio fianco, non temerò in eterno»: è questa la speranza. La speranza è il sorriso della vita cristiana. Che cosa faremmo noi senza speranza?
E poveretti, sfortunati, quelli che non hanno più speranza, quelli che sono scoraggiati, quelli che sono avviliti, quelli che sono disperati. Mai disperare! Guai! Mai disperare: sempre aspettare dal Signore! Guardate Giuda: ha fatto uno sproposito, poveretto!, uno sproposito: ha tradito il Signore. Ma il suo vero sproposito non è stato quello: il suo vero sproposito è stato quando non ha più avuto speranza, quando ha detto: il mio peccato è troppo grande. Nessun peccato è troppo grande, nessuno, più della misericordia sconfinata del Signore. Lo stesso giorno in cui Giuda andava ad impiccarsi, un ladro – che aveva fatto l’assassino per tutta la vita – in due minuti s’è rubato il paradiso. In due minuti. Ladro era stato prima sulle strade del mondo, ed è stato ladro del paradiso sulla croce: «Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno»; «Stasera stessa, quest’oggi stesso sarai in paradiso». Cerchiamo di sperare, qualunque sia la nostra situazione: qualunque siano i nostri peccati. San Francesco di Sales ha scritto una cosa che sembra esagerata, un paradosso. Disse: «Alle volte è quasi una fortuna aver commesso un peccato: quasi una fortuna, perché allora si sta bassi, allora si capisce che povera cosa siamo noi, allora non si ha più il coraggio di disprezzare gli altri, perché sono peccatori». Mai disperare; sempre avere coraggio, perché il Signore è la bontà: sempre, finché ci sono i meriti di nostro Signore Gesù Cristo.
Poi c’è la terza stella, la terza virtù: quella della carità, la grande virtù cristiana. Proprio in questa chiesa io ho imparato l’atto di carità: «O Signore, io vi amo con tutto il cuore, sopra ogni cosa, e per amor vostro amo il prossimo mio come me stesso».
Sopra ogni cosa, più di tutte le cose bisogna amare il Signore. Si possono amare tante altre cose assieme al Signore, basta che non siano amate più di Dio, che non siano amate contro Dio, che non siano amate come Dio.
E poi bisogna amare il nostro prossimo, per amore del Signore. «è un’illusione – dice san Giovanni – se qualcuno crede di amare Dio e non ama il proprio fratello»; bisogna amare anche i nostri prossimi; bisogna perdonare, bisogna sopportare le persone moleste; bisogna amarle per amor di Dio, come noi stessi, è detto: come noi stessi. Trattare il prossimo come noi vorremmo essere trattati. Cercare di avere tanta comprensione, cercare di avere tanta compassione.
Giovanni Paolo I – Parole all’Angelus di Domenica 10 settembre 1978
A Camp David, in America, i Presidenti Carter e Sadat e il Primo Ministro Begin stanno lavorando per la pace nel Medio Oriente.
Di pace hanno fame e sete tutti gli uomini, specialmente i poveri che nei turbamenti e nelle guerre pagano di più e soffrono di più; per questo guardano con interesse e grande speranza al convegno di Camp David. Anche il Papa, il quale ha pregato, fatto pregare e prega perché il Signore si degni di aiutare gli sforzi di questi uomini politici. Ma io sono stato molto ben impressionato dal fatto che i tre Presidenti abbiano voluto pubblicamente esprimere la loro speranza nel Signore con la preghiera. I fratelli di religione del Presidente Sadat sono soliti dire così: «C’è una notte nera, una pietra nera e sulla pietra una piccola formica; ma Dio la vede, non la dimentica». Il Presidente Carter, che è fervente cristiano, legge nel Vangelo: «Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato. Neanche un capello cadrà dalla vostra testa senza il Padre vostro che è nei cieli». E il Premier Begin ricorda che il popolo ebreo ha passato un tempo momenti difficili e si è rivolto al Signore lamentandosi, dicendo: «Ci hai abbandonato, Signore, ci hai dimenticato! ». «No! – ha risposto Dio per mezzo di Isaia profeta – può forse una mamma dimenticare il proprio bambino? ma anche se succedesse, mai Dio dimenticherà il suo popolo».
Anche noi che siamo qui, abbiamo gli stessi sentimenti; noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre. Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti. I figlioli, se per caso sono malati, hanno un titolo di più per essere amati dalla mamma. E anche noi se per caso siamo malati di cattiveria, fuori di strada, abbiamo un titolo di più per essere amati dal Signore.
Con questi sentimenti io vi invito a pregare insieme al Papa per ciascuno di noi, per il Medio Oriente, per l’Iran, per tutto il mondo.
MADRE TERESA DI CALCUTTA
Citazioni di Madre Teresa
“noi cerchiamo di portare nel mondo la pace con il nostro servizio che è un dono di Dio…Noi e gli altri compiamo lo stesso servizio sociale, ma mentre alcuni lo fanno per qualcosa, noi lo facciamo per Qualcuno . Dato che lo facciamo per Dio, per questo vogliamo che sia il più bello possibile”
“Parla loro con tenerezza. Lascia che ci sia gentilezza sul tuo volto, nei tuoi occhi, nel tuo sorriso, nel calore del nostro saluto. Abbi sempre un sorriso allegro. Non dare solo le tue cure, ma dai anche il tuo cuore”.
“Prometti a te stesso di parlare di bontà, bellezza, amore a ogni persona che incontri; di far sentire a tutti i tuoi amici che c’è qualcosa di grande in loro; di guardare al lato bello di ogni cosa e di lottare perché il tuo ottimismo diventi realtà”.
“la Missionaria della Carità deve dare ma soprattutto deve darsi. Una vita non vissuta per gli altri non è una vita. L’amore, per essere vero, deve costar fatica, deve far male, deve svuotarci del nostro io”.
“Non preoccupatevi dei risultati e delle cifre, ogni gesto d’amore a favore degli emarginati e dei poveri, per piccolo che sia, è importante per Gesù.”
“L’umiltà non è altro che la verità – che cosa abbiamo che non abbiamo ricevuto? Se saremo convinte di questo non solleveremo la testa con orgoglio. Se siete umili niente vi turberà: né la lode , né il disprezzo perché sapete quello che siete”
“Il male mette le radici quando un uomo comincia a pensare di essere migliore degli altri e se giudichi le persone, non avrai tempo per amarle”.
“Più riceviamo nella preghiera silenziosa più possiamo dare nella nostra vita attiva… Cominciamo la nostra giornata cercando di vedere il Cristo attraverso il pane e continuiamo a vederlo sotto le apparenze dei corpi logori dei nostri poveri. Preghiamo anche con il nostro lavoro, compiendo con Gesù, per Gesù e verso Gesù. I poveri sono la nostra preghiera. Portano Dio in loro…”
“E’ molto difficile, se non impossibile, dare Gesù agli altri se non l’abbiamo nei nostri cuori…Convertire è portare a Dio, Santificare è riempire di Dio. Convertire e Santificare sono opera di Dio”
“La gioia è preghiera – la gioia è fortezza- la gioia è amore- la gioia è una rete di amore con la quale voi potete arrivare alle anime. Dio ama chi dona con gioia. La miglior via per mostrare la nostra gratitudine a Dio e alla gente è di accettare tutte le cose con gioia”
“Non so come sarà il cielo, ma so che quando si muore e arriva il momento in cui Dio ci giudicherà, lui non chiederà, “Quante cose buone hai fatto nella tua vita?”, e piuttosto chiederà, “Quanto amore hai messo in quello che hai fatto?”.
“L’attenzione agli altri è l’inizio della santità. Se imparerete questa arte sarete sempre più simili a Cristo perché il Suo amore era dolce e pensava sempre agli altri”
“La santità non è un lusso di pochi, ma un semplice dovere di tutti i cristiani, per voi e per me. Il lavoro che facciamo è solo un mezzo per realizzare questa vocazione alla santità, questa chiamata all’amore di Dio”
“La vita è un’opportunità, coglila. La vita è bellezza, ammirala. La vita è beatitudine, assaporala. La vita è un sogno, fanne una realtà. La vita è una sfida, affrontala. La vita è un dovere, compilo. La vita è un gioco, giocalo. La vita è preziosa, abbine cura. La vita è una ricchezza, conservala. La vita è amore, godine. La vita è un mistero, scoprilo. La vita è promessa, adempila. La vita è tristezza, superala. La vita è un inno, cantalo. La vita è una lotta, accettala. La vita è un’avventura, rischiala. La vita è felicità, meritala. La vita è la vita, difendila”
GIOVANNI BOSCO
Sogno dei 9 anni
All’età di nove anni circa ho fatto un sogno che mi rimase profondamente impresso per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito slanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento apparve un Uomo venerando, in età virile, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non poteva rimirarla. Egli mi chiamò per nome, e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli, aggiungendo queste parole:
– Non colle percosse, ma colta mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a far loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù.
Confuso e spaventato soggiunsi che io era un povero ed ignorante fanciullo, incapace di parlare di religione a quei giovanetti. In quel momento quei ragazzi cessando dalle risse, dagli schiamazzi e dalle bestemmie, si raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere che mi dicessi:
– Chi siete voi, soggiunsi, che mi comandate cosa impossibile?
– Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’obbedienza e con l’acquisto della scienza.
– Dove, con quali mezzi potrò acquistare la scienza?
– Io ti darò la Maestra, sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente, e senza cui ogni sapienza diviene stoltezza.
– Ma chi siete voi che parlate in questo modo?
– Io sono il Figlio di Colei che tua madre ti ammaestrò di salutare tre volte al giorno.
– Mia madre mi dice di non associarmi con quelli che non conosco, senza suo permesso; perciò ditemi il vostro nome. – Il mio nome domandalo a mia madre.
In quel momento vidi accanto a lui una Donna di maestoso aspetto, vestita di un manto che risplendeva da tutte parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi ognor più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a Lei, che presomi con bontà per mano:
– Guarda! – mi disse.
Guardando mi accorsi che quei fanciulli erano tutti fuggiti, ed in loro vece vidi una moltitudine di capretti, di cani, di gatti, di orsi e di parecchi altri animali.
– Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare, continuò a dire quella Signora. Renditi umile, forte, robusto: e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo pei figli miei.
Volsi allora lo sguardo, ed ecco, invece di animali feroci, apparvero altrettanti mansueti agnelli, che tutti saltellando correvano attorno belando, come per far festa a quell’Uomo e a quella Signora. A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai quella Donna a voler parlare in modo da capire, perciocchè io non sapeva quale cosa si volesse significare. Allora Ella mi pose la mano sul capo dicendomi:
– A suo tempo tutto comprenderai.
Ciò detto, un rumore mi svegliò, ed ogni cosa disparve. Io rimasi sbalordito. Sembravami di avere le mani che facessero male pei pugni che aveva dato, che la faccia mi dolesse per gli schiaffi ricevuti da que’ monelli; di poi quel Personaggio, quella Donna, le cose dette e quelle udite mi occuparono talmente la mente, che per quella notte non mi fu più possibile prendere sonno”.
Sogno delle due colonne in mezzo al mare: Eucarestia e Maria
Vi voglio raccontare un sogno. È vero che chi sogna non ragiona, tuttavia io, che a voi racconterei persino i miei peccati, se non avessi paura di farvi scappar tutti e far cadere la casa, ve lo racconto per vostra utilità spirituale. Il sogno l´ho fatto sono alcuni giorni.
Figuratevi di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio, sopra uno scoglio isolato e di non vedere altro spazio di terra, se non quello che vista sotto i piedi. In tutta quella vasta superficie delle acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, le prore delle quali sono terminate da un rostro di ferro acuto a mo´ di strale, che ove è spinto ferisce e trapassa ogni cosa. Queste navi sono armate di cannoni, cariche di fucili, di altre armi di ogni genere, di materie incendiarie, e anche di libri, e si avanzano contro una nave molto più grossa e più alta di tutte loro, tentando di urtarla col rostro, di incendiarla o altrimenti di farle ogni guasto possibile.
A quella maestosa nave arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle, che da lei ricevono i segnali di comando ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalle flotte avversarie. Il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.
In mezzo all´immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l´una dall´altra. Sovra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, a´ cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: – Auxilium Christianorum; – sull´altra, che è molto più alta e grossa, sta un´Ostia di grandezza proporzionata alla colonna e sotto un altro cartello colle parole: Salus credentium.
Il comandante supremo sulla gran nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, pensa di convocare intorno a sè i piloti delle navi secondarie per tener consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando il vento sempre più e la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.
Fattasi un po´ di bonaccia, il Papa raduna per la seconda volta intorno a sè i piloti, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.
Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portar la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte áncore e grossi ganci attaccati a catene.
Le navi nemiche si muovono tutte ad assalirla e tentano ogni modo per arrestarla e farla sommergere. Le une cogli scritti, coi libri, con materie incendiarie di cui sono ripiene e che cercano di gettarle a bordo; le altre coi cannoni, coi fucili e coi rostri: il combattimento si fa sempre più accanito. Le prore nemiche l´urtano violentemente, ma inutili riescono i loro sforzi e il loro impeto. Invano ritentano la prova e sciupano ogni loro fatica e munizione: la gran nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta ne´ suoi fianchi larga e profonda fessura, ma non appena è fatto il guasto spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.
E scoppiano intanto i cannoni degli assalitori, si spezzano i fucili, ogni altra arma ed i rostri; si sconquassan molte navi e si sprofondano nel mare. Allora i nemici furibondi prendono a combattere ad armi corte; e colle mani, coi pugni, colle bestemmie e colle maledizioni.
Quand´ecco che il Papa, colpito gravemente, cade. Subito coloro, che stanno insieme con lui, corrono ad aiutarlo e lo rialzano. Il Papa è colpito la seconda volta, cade di nuovo e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio. Senonchè appena morto il Pontefice un altro Papa sottentra al suo posto. I Piloti radunati lo hanno eletto così subitamente, che la notizia della morte del Papa giunge colla notizia dell´elezione del successore. Gli avversarii incominciano a perdersi di coraggio.
Il nuovo Papa sbaragliando e superando ogni ostacolo, guida la nave sino alle due colonne e giunto in mezzo ad esse, la lega con una catenella che pendeva dalla prora ad un´áncora della colonna su cui stava l´Ostia; e con un´altra catenella che pendeva a poppa la lega dalla parte opposta ad un´altra áncora appesa alla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.
Allora succede un gran rivolgimento. Tutte le navi che fino a quel punto avevano combattuto quella su cui sedeva il Papa, fuggono, si disperdono, si urtano e si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre. Alcune navicelle che hanno combattuto valorosamente col Papa vengono per le prime a legarsi a quelle colonne.
Molte altre navi che, ritiratesi per timore della battaglia si trovano in gran lontananza, stanno prudentemente osservando, finchè dileguati nei gorghi del mare i rottami di tutte le navi disfatte, a gran lena vogano alla volta di quelle due colonne, ove arrivate si attaccano ai ganci pendenti dalle medesime, ed ivi rimangono tranquille e sicure, insieme colla nave principale su cui sta il Papa. Nel mare regna una gran calma.
D. Bosco a questo punto interrogò D. Rua: – Che cosa pensi tu di questo racconto?
D. Rua rispose: – Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, di cui esso è il Capo: le navi gli uomini, il mare questo mondo. Quei che difendono la grossa nave sono i buoni affezionati alla santa Sede, gli altri i suoi nemici, che con ogni sorta di armi tentano di annientarla. Le due colonne di salute mi sembra che siano la divozione a Maria SS. ed al SS. Sacramento dell´Eucarestia.
D. Rua non parlò del Papa caduto e morto e D. Bosco tacque pure su di ciò. Solo soggiunse: – Dicesti bene. Bisogna soltanto correggere un´espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla a petto di ciò che deve accadere. I suoi nemici sono raffigurati nelle navi che tentano di affondare, se loro riuscisse, la nave principale. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio! – Divozione a Maria SS. – frequenza alla Comunione, adoperando ogni modo e facendo del nostro meglio per praticarli e farli praticare dovunque e da tutti.
L’incontro con Bartolomeo Garelli raccontato da don Bosco:
“Il giorno solenne dell’Immacolata Concezione di Maria, ero in atto di vestirmi dei sacri paramenti per celebrare la Santa Messa.
Il chierico di sacrestia, Giuseppe Comotti, vedendo un giovanetto in un canto, lo invitò a venirmi a servire la Messa.
“Non so”, gli rispose mortificato.
“Vieni – replicò l’altro, – voglio che tu serva Messa”
“Non so, non l’ho mai servita”.
“Bestione che sei! – disse il sacrestano furioso – se non sai servire Messa, perché vieni in sacrestia?” ciò dicendo impugna la pertica dello spolverino e giù colpi sulle spalle e sulla testa di quel poveretto.
Mentre l’altro se la dava a gambe:
“che fate? – gridai ad alta voce – perché lo picchiate?”
“Perché viene in sacrestia e non sa servir Messa”
“Avete fatto male”
“A lei che importa?”
“È un mio amico. Chiamatelo subito, ho bisogno di parlare con lui”, il ragazzo torna mortificato. Ha capelli rapati, la giacchetta sporca di calce. Un giovane immigrato. Probabilmente i suoi gli hanno detto: “Quando sarai a Torino, vai alla Messa”. Lui è venuto, ma non si è sentito di entrare nella chiesa tra la gente ben vestita. Ha provato a entrare nella sacrestia, come gli uomini e i giovanotti usano fare in tanti paesi di campagna. Gli domandai con amorevolezza:
“Hai già ascoltato la Messa?”
“Non ancora”
“Vieni ad ascoltarla. Dopo ho da parlarti di un affare che ti farà piacere”
Me lo promise. Celebrata la Messa e fatto il ringraziamento, lo condussi in un coretto, e con faccia allegra gli parlai: ”mio buon amico, come ti chiami?”
“Bartolomeo Garelli”
“Di che paese sei?”
“Di Asti”
“È vivo tuo papà?”
“No, è morto”
“E tua mamma?”
“È morta anche lei”
”Sai leggere e scrivere?”
“No”
“Sai cantare?” il giovinetto, asciugandosi gli occhi, mi fissò in viso quasi meravigliato e rispose: “no”
“Sai fischiare?” Bartolomeo si mise a ridere. Era ciò che volevo. Cominciavamo ad essere amici.
“Hai fatto la prima Comunione?”
“Non ancora”
“E ti sei già confessato?”
“quando ero piccolo”
“E vai al catechismo?”
“Non oso. I ragazzi più piccoli mi prendono in giro”
– Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo? –.
– Molto volentieri. Purché non mi diano delle bastonate! –.
– Stai tranquillo, ora sei mio amico, e nessuno ti toccherà; quando vuoi che cominciamo? –
– Quando a lei piace –.
– Anche subito? –.
– Con piacere –.
Don Bosco si inginocchia e recita un’Ave Maria.
Quarantacinque anni dopo ai suoi Salesiani dirà: “tutte le benedizioni piovuteci dal cielo sono frutto di quella prima Ave Maria detta con fervore e retta intenzione”.
Finita l’Ave Maria, Don Bosco si fa il segno di croce “per cominciare”, ma si accorge che Bartolomeo non
lo fa, o meglio fa un gesto che ricorda solo vagamente il segno della croce. Allora, con dolcezza, glielo insegna bene. Alla fine gli dice: – Vorrei che venissi anche domenica prossima, Bartolomeo, ma non venire solo, porta con te dei tuoi amici –.
Bartolomeo Garelli, muratorino di Asti, fu il primo ambasciatore di Don Bosco tra i giovani del quartiere. Raccontò l’incontro con il prete simpatico “che sapeva fischiare anche lui”, e riferì il suo invito.
Nel 1841, in San Francesco d’Assisi, il giovanissimo Don Bosco inizia così il suo Oratorio.
Il giorno solenne dell’Immacolata Concezione di Maria, ero in atto di vestirmi dei sacri paramenti per celebrare la Santa Messa.
Il chierico di sacrestia, Giuseppe Comotti, vedendo un giovanetto in un canto, lo invitò a venirmi a servire la Messa.
“Non so”, gli rispose mortificato.
“Vieni – replicò l’altro, – voglio che tu serva Messa”
“Non so, non l’ho mai servita”.
“Bestione che sei! – disse il sacrestano furioso – se non sai servire Messa, perché vieni in sacrestia?” ciò dicendo impugna la pertica dello spolverino e giù colpi sulle spalle e sulla testa di quel poveretto.
Mentre l’altro se la dava a gambe:
“che fate? – gridai ad alta voce – perché lo picchiate?”
“Perché viene in sacrestia e non sa servir Messa”
“Avete fatto male”
“A lei che importa?”
“È un mio amico. Chiamatelo subito, ho bisogno di parlare con lui”, il ragazzo torna mortificato. Ha capelli rapati, la giacchetta sporca di calce. Un giovane immigrato. Probabilmente i suoi gli hanno detto: “Quando sarai a Torino, vai alla Messa”. Lui è venuto, ma non si è sentito di entrare nella chiesa tra la gente ben vestita. Ha provato a entrare nella sacrestia, come gli uomini e i giovanotti usano fare in tanti paesi di campagna. Gli domandai con amorevolezza:
“Hai già ascoltato la Messa?”
“Non ancora”
“Vieni ad ascoltarla. Dopo ho da parlarti di un affare che ti farà piacere”
Me lo promise. Celebrata la Messa e fatto il ringraziamento, lo condussi in un coretto, e con faccia allegra gli parlai: ”mio buon amico, come ti chiami?”
“Bartolomeo Garelli”
“Di che paese sei?”
“Di Asti”
“È vivo tuo papà?”
“No, è morto”
“E tua mamma?”
“È morta anche lei”
”Sai leggere e scrivere?”
“No”
“Sai cantare?” il giovinetto, asciugandosi gli occhi, mi fissò in viso quasi meravigliato e rispose: “no”
“Sai fischiare?” Bartolomeo si mise a ridere. Era ciò che volevo. Cominciavamo ad essere amici.
“Hai fatto la prima Comunione?”
“Non ancora”
“E ti sei già confessato?”
“quando ero piccolo”
“E vai al catechismo?”
“Non oso. I ragazzi più piccoli mi prendono in giro”
– Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo? –.
– Molto volentieri. Purché non mi diano delle bastonate! –.
– Stai tranquillo, ora sei mio amico, e nessuno ti toccherà; quando vuoi che cominciamo? –.
– Quando a lei piace –.
– Anche subito? –.
– Con piacere –.
Don Bosco si inginocchia e recita un’Ave Maria.
Quarantacinque anni dopo ai suoi Salesiani dirà: “tutte le benedizioni piovuteci dal cielo sono frutto di quella prima Ave Maria detta con fervore e retta intenzione”.
Finita l’Ave Maria, Don Bosco si fa il segno di croce “per cominciare”, ma si accorge che Bartolomeo non
lo fa, o meglio fa un gesto che ricorda solo vagamente il segno della croce. Allora, con dolcezza, glielo insegna bene. Alla fine gli dice: – Vorrei che venissi anche domenica prossima, Bartolomeo, ma non venire solo, porta con te dei tuoi amici –.
Bartolomeo Garelli, muratorino di Asti, fu il primo ambasciatore di Don Bosco tra i giovani del quartiere. Raccontò l’incontro con il prete simpatico “che sapeva fischiare anche lui”, e riferì il suo invito.”
JOSEMARÍA ESCRIVÁ DE BALAGUER
Forgia –Punti di meditazione
Se rispondi alla chiamata che il Signore ti ha rivolto, la tua vita —la tua povera vita! —lascerà nella storia dell’umanità un solco profondo e ampio, luminoso e fecondo, eterno e divino. (59)
Devi sentire costantemente l’obbligo di essere santo. —Santo!, che non è fare cose strane: è lottare nella vita interiore e nell’adempimento eroico, fino in fondo, del tuo dovere. (60)
Gesù che passa –raccolta di omelie
Un figlio di Dio tratta il Signore come Padre. Non con ossequio servile né con riverenza formale, ma con sincerità e fiducia. Dio non si scandalizza degli uomini, non si stanca delle nostre infedeltà. Il Padre del Cielo perdona qualsiasi offesa, quando il figlio torna a Lui, quando si pente e chiede perdono. Anzi, il Signore è a tal punto Padre da prevenire il nostro desiderio di perdono: è Lui a farsi avanti aprendoci le braccia con la sua grazia.
Santo Rosario –commento ai misteri del rosario
L’inizio del camminoche ha per termine l’amore folle per Gesù, è un fiducioso amore alla Madonna.—Vuoi amare la Vergine? E allora parla con Lei, cerca di conoscerla. -Come? -Recitandobeneil suo Rosario.-Ma nel Rosario… diciamo sempre le stesse cose! -Le stesse cose? Non si dicono sempre le stesse cose coloro che si amano?… Non sarà che il tuo Rosario risulta monotono perché, invece di pronunciare parole come un uomo, stai lì assente, ed emetti suoni senza senso, perché il tuopensieroè lontano da Dio? -E poi, guarda: prima di ogni decina, si indica il mistero dacontemplare.Tu… haicontemplatoalmeno una volta questi misteri?Fatti piccolo.Vieni con me e vivremo la vita di Gesù, di Maria e di Giuseppe.Ogni giorno faremo qualcosa di nuovo per loro. Ascolteremo le loro conversazioni famigliari. Vedremo crescere il Messia.Ammireremo i suoi trent’anni di vita nascosta…Assisteremo alla sua Passione e alla sua Morte… Resteremo attoniti di fronte alla gloria della sua Risurrezione…In una parola: contempleremo, pazzi di Amore (non c’è altro amore che l’Amore), tutti i momenti della vita di Gesù.
Dall’ omelia pronunciata da san Josemaría nel campus dell’Università di Navarra l’8 ottobre 1967
Figli miei, lì dove sono gli uomini vostri fratelli, lì dove sono le vostre aspirazioni, il vostro lavoro, lì dove si riversa il vostro amore, quello è il posto del vostro quotidiano incontro con Cristo. E’ in mezzo alle cose più materiali della terra che ci dobbiamo santificare, servendo Dio e tutti gli uomini. Siatene pur certi, figli miei: qualsiasi specie di evasione dalle realtà oneste di tutti i giorni significa per voi uomini e donne del mondo, il contrario della volontà di Dio. Dovete invece comprendere adesso -con una luce tutta nuova -che Dio vi chiama per servirlo nei compiti e attraverso i compiti civili, materiali, temporali della vita umana: in un laboratorio, nella sala operatoria di un ospedale, in caserma, dalla cattedra di un’università, in fabbrica, in officina, sui campi, nel focolare domestico e in tutto lo sconfinato panorama del lavoro, Dio ci aspetta ogni giorno. Sappiatelo bene: c’è un qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire. A quegli universitari e a quegli operai che mi seguivano verso gli anni trenta, io solevo dire che dovevano saper materializzare la vita spirituale.
Volevo allontanarli in questo modo dalla tentazione -così frequente allora, e anche oggi -di condurre una specie di doppia vita: da una parte, la vita interiore, la vita di relazione con Dio; dall’altra, come una cosa diversa e separata, la vita famigliare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene. No, figli miei! Non ci può essere una doppia vita, non possiamo essere come degli schizofrenici, se vogliamo essere cristiani: vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, ed è questa che dev’essere -nell’anima e nel corpo -santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali. Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai. (…) Vi assicuro, figli miei, che quando un cristiano compie con amore le attività quotidiane meno trascendenti, in esse trabocca la trascendenza di Dio. Per questo vi ho ripetuto, con ostinata insistenza, che la vocazione cristiana consiste nel trasformare in endecasillabi la prosa quotidiana. Il cielo e la terra, figli miei, sembra che si uniscano laggiù, sulla linea dell’orizzonte. E invece no, è nei vostri cuori che si fondono davvero, quando vivete santamente la vita ordinaria…
Colloqui –raccolta di sette interviste chesan Josemaría rilasciò trail 1966 eil 1968
Da quasi quarant’anni predico il significato vocazionale del matrimonio. Quante volte ho visto illuminarsi il volto di tanti, uomini e donne, che credendo inconciliabili nella loro vita la dedizione a Dio e un amore umano nobile e puro, mi sentivano dire che il matrimonio è una strada divina sulla terra!
È per questo che penso sempre con speranza e affetto ai focolari cristiani, a tutte le famiglie sbocciate dal sacramento del matrimonio, che sono luminose testimonianze del grande mistero divino —(Ef5, 32), sacramento grande —dell’unione e dell’amore fra Cristo e la sua Chiesa. Dobbiamo adoperarci perché queste cellule cristiane della società nascano e crescano con desiderio di santità, coscienti che il sacramento iniziale —il Battesimo —conferisce già a tutti i cristiani una missione divina, che ciascuno deve portare a compimento lungo il suo cammino.
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GIUSEPPE MOSCATI
SERVO PER AMORE
Una notte di sudore
sulla barca in mezzo al mare
e mentre il cielo si imbianca già,
tu guardi le tue reti vuote.
Ma la voce che ti chiama
un altro mare ti mostrerà
e sulle rive di ogni cuore,
le tue reti getterai.
Offri la vita tua come Maria
ai piedi della croce
e sarai servo di ogni uomo,
servo per amore,
sacerdote dell’umanità.
Avanzavi nel silenzio
fra le lacrime e speravi
che il seme sparso davanti a Te
cadesse sulla buona terra.
Ora il cuore tuo è in festa
perché il grano biondeggia ormai,
è maturato sotto il sole,
puoi riporlo nei granai.
Offri la vita tua come Maria
ai piedi della croce
e sarai servo di ogni uomo,
servo per amore,
sacerdote dell’umanità.
Espressioni famose
“La prima medicina, l’infinito Amore”
“Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo”
“Chi ha metta, chi non ha prenda”
“La scienza ci promette il benessere e tutt’al più il piacere; la religione e la fede ci danno il balsamo della consolazione e la vera felicità, che è una cosa sola con la moralità e col senso del dovere”
ATANASIO
“Il nostro Salvatore fu veramente uomo, e da ciò venne la salvezza di tutta l’umanità. […] Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e reale, cioè umano, era il corpo del Signore; vero, perché del tutto identico al nostro; infatti Maria è nostra sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo. Ciò che leggiamo in Giovanni, “il Verbo si fece carne” (Gv 1,14), ha dunque questo significato”
PIERGIORGIO FRASSATI
“L’avvenire è nelle mani di Dio e meglio di così non potrebbe andare”
“Non chi subisce deve temere, ma chi usa la prepotenza. Quando Dio è con noi, non si deve aver paura di nulla e di nessuno…c’è Dio che ci difende e ci dà la forza”
“Sei un bigotto? Gli chiesero un giorno in università, così come venivano scherniti i cattolici dai massonico-liberali, dai social-comunisti e dai fascisti. La sua risposta fu netta: “No. Sono rimasto cristiano”
“Non vivacchiare, ma vivere”
GIOVANNA D’ARCO
- Infanzia e Fanciullezza
(dagli Atti del Processo di Condanna, PRIMA UDIENZA PUBBLICA,
Mercoledì 21 Febbraio 1431, Cappella del Castello di Rouen)
VESCOVO CAUCHON: Nome e soprannome?
GIOVANNA: A casa mi chiamavano Giannina. Da quando sono giunta in Francia tutti mi chiamano Giovanna. Non conosco il mio soprannome.
VESCOVO CAUCHON: Luogo di nascita?
GIOVANNA: Domrémy […]
VESCOVO CAUCHON: Nome del padre e della madre?
GIOVANNA: Mio padre Jacques d’Arc e mia madre Isabelle.
VESCOVO CAUCHON: Quanti anni hai?
GIOVANNA: Diciannove, più o meno.
Giovanna d’Arco nasce il 6 febbraio 1412 a Domrémy in Lorena, da pii e fedeli contadini. Istruita dalla madre nella fede, conduce una vita semplice e serena, aiutando in casa a filare la lana e talvolta custodendo col padre il bestiame. Fin da piccola si può ravvisare in lei la pratica dei due massimi comandamenti lasciati dal Signore: “Ama Dio e ama il prossimo!”. Infatti riceve spessissimo i sacramenti, frequenta la chiesa partecipando quotidianamente alla Messa e si ferma sovente in preghiera davanti al Crocifisso e alle immagini della Vergine; inoltre ospita i poveri, ai quali offre volentieri il proprio letto, si prende cura dei malati e fa elemosine.
- Le Voci e la liberazione della Francia
(dagli Atti del Processo di Condanna, SECONDA UDIENZA PUBBLICA,
Giovedì 22 Febbraio 1431, Sala Grande del castello di Rouen)
GIOVANNA: All’epoca dei miei tredici anni sentii una voce mandata da Dio per guidare le mie azioni. La prima volta ho avuto molta paura. La voce si fece sentire a mezzogiorno, eravamo d’estate, nell’orto di mio padre. Ho sentito una voce che veniva da destra, dal lato della chiesa. Quasi sempre c’è anche un bagliore. […] Pensavo fosse giusto ascoltare la Voce. Credo venisse da Dio. Dopo averla ascoltata tre volte capii che era la voce di un angelo… La Voce mi ha sempre consigliato bene e io l’ho sempre capita.
GIUDICE BEAUPÈRE: Quale buon consiglio ti dava la Voce per la salvezza della tua anima?
GIOVANNA: Mi diceva di comportarmi bene, di andare in chiesa. Mi disse che era necessario che io, Giovanna, venissi in Francia. Due o tre volte la settimana a Voce mi diceva che io, Giovanna, dovevo partire e andare in Francia. […] La voce mi diceva di venire in Francia e io non potevo più rimanere dov’ero! La voce mi diceva di liberare Orléans assediata. […] Le risposi che ero una ragazza, che non sapevo né andare a cavallo né fare la guerra.
GIUDICE BEAUPÈRE: Chi ti ha consigliato di indossare abiti maschili?
GIOVANNA: (dopo averi rifiutato varie volte di rispondere) Non farò ricadere su altri una responsabilità così pesante! Fu per me una necessità indossare l’abito maschile. Credo che chi mi ha consigliato così ha fatto bene.
La vicenda di Giovanna si colloca all’interno di quella che viene chiamata dagli storici la “Guerra dei Cent’Anni” (1337-1453), conflitto nato dalla pretesa dei re inglesi sulla corona di Francia per questioni dinastiche. Oltre a questo la Francia è dilaniata dalla guerra civile con la Borgogna alleata degli Inglesi. Proprio per risollevare le sorti del popolo francese ormai allo stremo Giovanna, umile contadina analfabeta, viene inviata da Dio, dal Re dei Cieli a scuotere il torpore in cui l’erede al trono e gli eserciti sono caduti. Giovanna all’età di 13 anni sente una voce e scorge un grande splendore. È presa da timore ma, udita la voce per tre volte, capisce che è la voce dell’angelo San Michele inviatole da Dio che la esorta prima a vivere con rettitudine la fede cristiana e poi a scendere in campo per capovolgere le sorti della guerra a favore della Francia.
- L’incontro con il Delfino
(dagli Atti del Processo di Condanna, SECONDA UDIENZA PUBBLICA,
Giovedì 22 Febbraio 1431, Sala Grande del castello di Rouen)
GIOVANNA: Andai senza difficoltà dal re. Nei pressi di Sainte-Catherine di Fierbois spedii una lettera a Chinon, dove risiedeva il re. […] Quando entrai nella sala del castello, riconobbi il re in mezzo a tutti gli altri, grazie alla mia Voce che me lo indicò. Dissi al re che volevo andare a fare la guerra agli inglesi.
GIUDICE BEAUPÈRE: Quando la tua Voce ti fece riconoscere il tuo re, c’era anche una luce da quella parte?
GIOVANNA: Andate avanti!
GIUDICE BEAUPÈRE: E non è per caso che tu abbia visto un angelo volare sopra il tuo re?
GIOVANNA: Risparmiatemi! Andate avanti. Prima che il re mi desse qualche incarico ebbe anch’egli molte apparizioni e belle visioni.
GIUDICE BEAUPÈRE: Quali rivelazioni? Quali apparizioni?
GIOVANNA: Non ve lo dirò. Non aspettate risposta. Andate piuttosto a chiederlo al re: vi risponderà lui. […] Il re e molti altri insieme a lui poterono udire e vedere la Voce che veniva verso di me. C’era lì Carlo di Borbone e due o tre altri.
Giovanna giunge nel marzo del 1429 alla residenza del Delfino, Carlo di Valois principe ereditario di Francia. Per mettere alla prova la veridicità della nuova venuta, il Delfino si mescola ai trecento nobili che affollano la sala grande del castello. Senza indugio Giovanna si dirige verso di lui e inginocchiandoglisi davanti esclama: “Nobilissimo signor Delfino!”. Il principe tenta di ingannarla, indicandole Carlo di Borbone conte di Clermont che si è vestito con gli abiti regali ma Giovanna continua imperterrita nel riconoscere in lui il vero Delfino e afferma che Dio l’ha inviata per aiutarlo a riconquistare il suo reame. Arresosi all’evidenza Carlo di Valois tuttavia fa sottoporre Giovanna ad un esame in materia di fede, affidandola ai teologi della Università di Poitiers. Superata la prova il Delfino concede a Giovanna di accompagnare una spedizione militare in soccorso di Orléans.
- L’assedio di Orléans
(dagli Atti del Processo di Condanna, SECONDA UDIENZA PUBBLICA,
Martedì 27 Febbraio 1431, Sala Grande del castello di Rouen)
GIUDICE BEAUPÈRE: Quale scorta ti diede il tuo re quando ti mandò in guerra?
GIOVANNA: Dai dieci ai dodicimila uomini. Andai prima ad Orléans […] Grazie alle mie rivelazioni ero sicura di poter liberare Orléans dall’assedio. L’avevo detto al re prima di andarci.
GIUDICE BEAUPÈRE: Quando si trattò di lanciarsi all’assalto avvisasti la tua gente che sareste stati bersaglio di frecce e dardi e di pietre da lancio e palle di cannone?
GIOVANNA: No. Ci furono più di cento feriti. Ma io dissi forte ai miei uomini di non mollare, che ce l’avremmo fatta a levare l’assedio. Il giorno dell’assalto alla bastiglia del Ponte fui ferita da una freccia o da un dardo di balestra al collo. Ma ebbi grande conforto da Santa Caterina e guarii in quindici giorni. Non smisi per questo di andare a cavallo o di darmi fa fare.
GIUDICE BEAUPÈRE: Non avevi predetto che saresti stata ferita?
GIOVANNA: Sì, lo sapevo con certezza e lo avevo anche detto al re. Ma sapevo anche che non sarebbe stato nulla e che avrei continuato a fare ciò che dovevo. Questo mi era stato rivelato dalle Voci delle due sante, le beate Caterina e Margherita.
Orléans era la chiave di volta della valle della Loira, nella Francia centrale. Se la città fosse caduta, l’intera Loira meridionale sarebbe stata presa dagli inglesi. Rianimati dall’arrivo della “Pulzella di Lorena”, come ormai veniva chiamata Giovanna, i capitani e i soldati francesi riuscirono dopo varie offensive a riconquistare interamente Orléans e a scacciare gli inglesi. Compiuta l’impresa Giovanna avviò una campagna nella Loira e accompagnò insieme agli eserciti il Delfino fino a Reims, dove tradizionalmente venivano incoronati i re di Francia. Nella sua cattedrale Carlo di Valois venne incoronato come Carlo VII di Francia.
- La cattura a Compiègne
(dagli Atti del Processo di Condanna, PRIMO INTERROGATORIO COMPLEMENTARE
Sabato 10 Marzo 1431, prigione di Giovanna nel castello di Rouen)
GIUDICE: Quando giungesti a Compiègne, hai aspettato qualche giorno prima di fare un’incursione?
GIOVANNA: Arrivai di mattina ed entrai in città senza che se ne accorgessero, credo. Quello stesso giorno, verso sera, feci un’incursione e fui catturata.
GIUDICE: Furono le Voci a dirti di tentare quell’incursione?
GIOVANNA: Era la Settimana Santa dello scorso anno, stavo davanti alle mura di Melun e le mie Voci, cioè santa Caterina e santa Margherita, mi dissero che sarei stata catturata prima della festa di san Giovanni e che ciò era necessario. Mi dissero di prepararmi ad accettare tutto con serenità poiché Dio mi avrebbe aiutata.
GIUDICE: E dopo Melun le Voci ti hanno detto altre volte che saresti stata catturata?
GIOVANNA: Sì, quasi tutti i giorni e chiedevo loro di farmi morire subito dopo la cattura, di non farmi soffrire in prigione. Mi rispondevano di accettare tutto serenamente, che così bisognava, ma non mi dicevano né l’ora né il giorno. Molte volte ho chiesto loro di dirmi quando sarebbe accaduto ma non me l’hanno mai detto.
GIUDICE: Se le Voci ti avessero detto di fare una incursione e ti avessero anche detto che saresti stata presa, ci saresti andata?
GIOVANNA: Se avessi saputo di essere catturata non ci sarei andata volentieri. Ma alla fine avrei ubbidito, qualunque cosa mi aspettasse.
Dopo altre campagne militari, trovandosi Giovanna a Melun nel mese di aprile del 1430, per rivelazione dall’Alto conosce che sarebbe stata fatta prigioniera, benché non ne sapesse il giorno e l’ora. Tuttavia, fedele alla sua missione e al re, difende strenuamente la città di Compiègne, cinta d’assedio dal Duca di Borgogna e dagli Inglesi. Ascoltata la Messa in una chiesa di quella città, predice ai presenti che sarebbe stata tradita quanto prima e messa a morte, per cui tutti devono pregare Dio per lei. Il 24 maggio esce dalla città per spiare i nemici e, da loro respinta, vuole rientrare in città ma vi trova le porte chiuse su ordine del governatore della città cosicché, circondata dall’esercito borgognone, viene catturata con pochi altri.
- La passione di Giovanna
(dagli Atti del Processo di Condanna, TERZO INTERROGATORIO COMPLEMENTARE
Martedì 13 Marzo 1431, prigione di Giovanna nel castello di Rouen)
GIUDICE: Ma perché proprio tu?
GIOVANNA: Piacque a Dio di servirsi di una semplice pulzella per sbaragliare gli avversari del re!
Dalle mani dei borgognoni, Giovanna passa, venduta ad una forte somma, in quelle degli Inglesi. L’accusa che le viene mossa per distruggerla (e di conseguenza distruggere Carlo VII facendolo passare come re illeggittimo) è quella di eresia e l’uomo perfetto per condurre il processo è Pierre Cauchon, membro della prestigiosa università di Parigi, vescovo di Beauvais e filoinglese. Cauchon fa trasferire Giovanna nel castello di Rouen in Normandia, in pieno possedimento inglese dove istruisce il processo ecclesiastico.
- Domande insidiose e risposte ‘sapienti’
(dagli Atti del Processo di Condanna, TERZA UDIENZA PUBBLICA
Sabato 24 Febbraio 1431, Sala Grande del castello di Rouen)
GIUDICE BEAUPÈRE: Giovanna, sei sicura di essere in stato di grazia?
GIOVANNA: Se non lo sono, che Dio mi ci metta; se lo sono, che Dio mi ci mantenga! Sarei la persona più afflitta del mondo se sapessi di non esserlo e penso che, se io fossi nel peccato, la Voce non verrebbe.
(dagli Atti del Processo di Condanna, SESTO INTERROGATORIO COMPLEMENTARE
Sabato 17 Marzo 1431, prigione di Giovanna nel castello di Rouen)
GIUDICE: Accetti di sottomettere tutti i tuoi atti e le tue parole al giudizio di Nostra Santa Madre Chiesa?
GIOVANNA: Amo la Chiesa e vorrei fare tutto quanto è in mio potere per sostenerla in nome della nostra fede cristiana; non è davvero a me che si dovrebbe proibire di entrare in chiesa o sentire messa! In quanto al mio operato e alla mia missione mi rimetto al re del Cielo che mi ha inviata […]
GIUDICE: E non ti rimetti all’autorità della Chiesa, Giovanna?
GIOVANNA: Mi rimetto a Nostro Signore che ha voluto inviarmi, alla Santa Vergine e a tutti i santi del Paradiso. Che Dio e la Chiesa siano una cosa sola, mi sembra chiaro. Ma voi, perché fate tanti cavilli?
GIUDICE: C’è la Chiesa Trionfante: Dio, i santi, gli angeli e le anime del Paradiso. E poi c’è la Chiesa militante, costituita dal Nostro Santo Padre il Papa, vicario di Dio in terra, dai cardinali, dai prelati, dal clero e da tutti i buoni cristiani e cattolici; questa Chiesa, quando è unita, non può errare, poiché è governata dallo Spirito Santo. Allora, vuoi rimetterti alla Chiesa Militante?
GIOVANNA: Sono stata mandata al re di Francia per volontà e comandamento di Dio, della Vergine Maria e di tutti i santi del Paradiso, dalla Chiesa vittoriosa di lassù! A quella Chiesa io rispondo di tutte le mie azioni compiute o da compiere. Quanto a sottomettermi alla Chiesa Militante, non ho niente altro da dire per il momento.
Durante la prigionia, mirabile è il modo di comportarsi della Pulzella: lei, che ancora non raggiunge il ventesimo anno di età, se ne sta con animo così tranquillo, e risponde con tanta prudenza alle domande dei giudici, che tutti la guardano meravigliati. E i testimoni, per quanto riguarda la sua fede e devozione in questo periodo, dichiarano che lei chiede sempre di potere ascoltare la Messa, specialmente nei giorni festivi, e di ricevere la santissima Eucaristia, e si duole molto che le vengano negati questi conforti spirituali. Interrogata se vuole sottomettersi al Signor Papa, risponde di sì, ma non vuole sottomettersi ai giudici lì presenti, perché sono suoi nemici mortali. Questa risposta, che gli stessi giudici hanno prevista, è il fondamento dell’accusa, in quanto le viene attribuito il falso significato che Giovanna non voglia sottomettersi alla Chiesa.
- L’abiura estorta
Giovedì 24 Maggio 1431. Nel cimitero di Saint-Ouen si è radunato l’intero tribunale e una folla di curiosi. Tutto è pronto per l’esecuzione. Il teologo Guillame Erard pronuncia un sermone per esortare l’accusata al pentimento e alla conseguente abiura.
TEOLOGO ERARD: Vuoi rinnegare tutto quello che nelle tue parole e nelle tue azioni è stato giudicato riprovevole?
GIOVANNA: Mi rimetto a Dio e al nostro Santo Padre.
TEOLOGO ERARD: Ma questo non basta! Non possiamo mandare messi tanto lontano per interpellare il Nostro Santo Padre che sta a Roma! E poi i vescovi hanno ognuno giurisdizione nella propria diocesi. Devi rimetterti a nostra Santa Madre Chiesa; devi credere al giudizio pronunciato dagli uomini di Chiesa e da altre persone qualificate sulle tue parole e le tue azioni!
Seguono tre ammonizioni a ravvedersi poi il vescovo Pierre Cauchon inizia a leggere la sentenza. A questo punto Giovanna lo interrompe:
GIOVANNA: Accetto tutto quello che i giudici e la Chiesa vorranno dire e sentenziare! Ubbidirò in tutto ai loro ordini e alla loro volontà!
Giovanna, ormai senza più forze, atterrita dalle minacce, è costretta a cedere, rimettendosi alla coscienza dei giudici. Le viene letta una piccola scheda di abiura, con la quale le si impone di non indossare più abiti maschili, di non portare armi e altre cose di questo genere. Se fossero state scritte altre cose, soprattutto sulle visioni e rivelazioni della Pulzella, i giudici temevano che la sua coscienza la facesse recedere dal proposito. Ma al posto della scheda che, secondo le testimonianze dei presenti, riportava circa otto righe e non di più, nel processo ne viene inserita un’altra assai più lunga. La pena è quindi commutata alla prigionia perpetua a pane ed acqua, ma invece che essere custodita in una prigione della Chiesa, come è suo diritto, Giovanna viene ricondotta nel carcere inglese dove deve subire molte vessazioni da parte dei suoi carcerieri.
- La Condanna definitiva
Lunedì 28 Maggio 1431. Nella prigione di Giovanna si reca il vescovo Cauchon. Giovanna è nuovamente vestita in abiti maschili.
VESCOVO CAUCHON: Perché hai ripreso l’abito da uomo?
GIOVANNA: Mi sembra che sia più conveniente, finché sono in mezzo a uomini. Ho ripreso quest’abito perché voi non avete mantenuto la vostra promessa di lasciarmi sentire messa, fare la comunione e togliermi questi ceppi. Preferisco morire piuttosto che continuare a vivere con questi ceppi. Se però mi lasciate andare a messa, mi togliete catene e ceppi, mi mettete in una prigione decente, mi concedete la compagnia di una donna, farò tutto quello che la Chiesa vorrà.
VESCOVO CAUCHON: Hai più sentito le tue voci da giovedì scorso?
GIOVANNA: Sì.
VESCOVO CAUCHON: Che cosa ti hanno detto?
GIOVANNA: Dio mi ha mandato a dire per bocca delle sante Caterina e Margherita, quale miserabile tradimento ho commesso accettando di rinnegare e ritrattare tutto per paura della morte; mi ha fatto capire che, volendo salvarmi, stavo per dannarmi l’anima. […] Se sostenessi che non sono l’inviata di Dio, mi perderei. È la sacrosanta verità, sono l’inviata di Dio! […]
Giovanna, tornata in carcere, si è rimessa l’abito maschile, per proteggere meglio la sua verginità; infatti viene tentata con violenza dai custodi e dai carcerieri.
Il 29 maggio i giudici si radunano, e viene decretata la morte di Giovanna, come recidiva. Il giorno seguente, 30 maggio, al mattino presto, due sacerdoti furono mandati dal Vescovo in carcere, da Giovanna, per prepararla alla morte. La fanciulla, sentendo che doveva essere bruciata, comincia a piangere per la malizia degli uomini, che facevano bruciare il suo corpo inviolato. Ma subito solleva il suo animo angosciato, riponendo ogni speranza e fiducia in Dio. Ricevuto il sacramento della Penitenza, chiede lei stessa la santissima Eucaristia, poi, circondata da circa 800 soldati inglesi, viene condotta nella piazza del mercato vecchio; sulla sua testa, in una carta, era scritto: «Eretica, strega, apostata, recidiva».
- L’ora suprema
Mercoledì 30 Maggio 1431, sulla piazza del mercato vecchio di Rouen. Sono presenti i giudici, gli assessori, la truppa della guarnigione inglese a Rouen, una gran folla di curiosi. Giovanna è su una specie di palco. Dopo il sermone di un predicatore, Pierre Cauchon esorta l’accusata a ravvedersi offrendogli l’assistenza di due frati predicatori. Poi legge la sentenza.
VESCOVO CAUCHON: … […] per i motivi sopracitati ti dichiariamo nuovamente colpita dalla scomunica nella quale eri incorsa, relapsa, cioè ricaduta nei tuoi errori, ed eretica. Con questa sentenza, noi membri di questo tribunale dichiariamo che devi essere rigettata dalla Chiesa come un membro marcio, così da non infettare i membri sani, che devi essere recisa dal Suo Corpo Spirituale e abbandonata al braccio secolare. Supplichiamo il braccio secolare di moderare il suo giudizio nei tuoi confronti.
Dopo la lettura della sentenza del tribunale ecclesiastico i giudici si ritirano. Senza la sentenza di un tribunale laico, Giovanna viene consegnata al boia. La Pulzella, in ginocchio, rinnova le sue preghiere a Dio. Chiede una piccola croce che un Inglese presente, forma con un bastone; baciatala con la massima devozione, Giovanna se la ripone in seno. Poi, è spinta a salire la catasta di legna, e il carnefice appicca il fuoco dal di sotto. Giovanna comprende che la morte le è data a causa della sua missione e, raccomandandosi con tutte le forze alla Vergine Maria, a san Michele Arcangelo, alle Sante Caterina e Margherita e a tutti i Santi, fino all’ultimo momento della sua vita dichiara di aver fatto tutto per volontà di Dio. Invocando di continuo fra le fiamme il nome di Gesù, rende l’anima.
IGNAZIO DI LOYOLA
Dall’Autobiografia di S. Ignazio, scritta in terza persona, dal 1553 al 1555, dal gesuita portoghese Luis Goncalves de Camara, su dettatura del Santo
LA CONVALESCENZA
“8. C’era però una differenza: pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando, per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso. Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano soddisfatto e pieno di gioia. Allora non vi prestava attenzione e non si fermava a valutare questa differenza. Finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; meravigliato di quella diversità cominciò a riflettervi: dall’esperienza aveva dedotto che alcuni pensieri lo lasciavano triste, altri allegro; e a poco a poco imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui: uno del demonio, l’altro di Dio. Questa fu la prima riflessione che egli fece sulle cose di Dio. In seguito, quando si applicò agli Esercizi, proprio di qui cominciò a prendere luce sull’argomento della diversità degli spiriti.”
MONSERRAT
“17. Dopo essersi trattenuto in preghiera, prese accordi con un confessore; poi, nel corso di tre giorni si impegnò nella sua confessione generale, mettendo tutto per iscritto.”
“18. La vigilia di Nostra Signora di marzo [festa dell’Annunciazione] del 1522, verso notte, in tutta segretezza andò a cercare un povero e, spogliatosi di tutti i suoi abiti, glieli diede, e lui indossò la tunica che ormai solo desiderava. Poi andò a prostrarsi davanti all’altare di nostra Signora e un po’ in ginocchio e un po’ in piedi con il bordone in mano, vi trascorse tutta la notte. Partì all’alba per non essere riconosciuto. Non prese la strada che portava a Barcellona perché vi avrebbe incontrato molte persone che, conoscendolo, lo avrebbero ossequiato; ma si diresse verso un paese chiamato Manresa, dove si proponeva di prendere alloggio in un ospizio per alcuni giorni. …”
MANRESA
[…] “28. Sentiva profonda devozione verso la santissima Trinità. Ogni giorno rivolgeva la sua preghiera alle tre Persone, distintamente; poi anche alla santissima Trinità. Perciò gli veniva da domandarsi come mai rivolgesse quattro preghiere alla Trinità; ma questo ragionamento lo disturbava poco o nulla, come cosa di scarsa importanza. Un giorno, mentre sui gradini del convento recitava l’ufficio di nostra Signora, la sua mente cominciò ad essere rapita: era come se vedesse la santissima Trinità sotto figura di tre tasti d’organo; e questo con un profluvio di lacrime e di singhiozzi incontenibili. […] Questa esperienza gli è rimasta così impressa per tutta la vita da sentire poi sempre intensa devozione nel rivolgere la sua preghiera alla santissima Trinità.”
[…] “29. Una volta gli si rappresentò nell’intelletto, insieme con intensa gioia spirituale, il modo con cui Dio aveva creato il mondo. Gli pareva di vedere una cosa bianca dalla quale uscivano raggi di luce, ed era Dio che irradiava luce da quella cosa. Ma di questi fatti egli non riusciva a darsi ragione, e non ricordava esattamente le conoscenze spirituali che in quei momenti Dio gli imprimeva nell’anima. […] A Manresa, dunque, ascoltando un giorno la messa nella chiesa del convento, alla elevazione del Corpo del Signore vide con gli occhi interiori come dei raggi bianchi che scendevano dall’alto. Questo fenomeno, dopo tanto tempo, egli non lo sa ricostruire bene; ma ciò che allora comprese, con tutta chiarezza, fu percepire come era presente in quel santissimo Sacramento Gesù Cristo nostro Signore. […] Molte volte, e per molto tempo, mentre era in preghiera, gli accadeva di vedere con gli occhi interiori l’umanità di Cristo, e quello che vedeva era come un corpo bianco, non molto grande né molto piccolo, ma senza alcuna distinzione di membra. Ebbe questa esperienza interiore, a Manresa, molte volte; dicendo venti o quaranta volte non crederebbe di mentire. […] Tutte queste esperienze lo confermarono allora nella fede e gliene diedero poi sempre tanta fermezza da pensare molte volte che, se non ci fosse la Scrittura a insegnarci queste verità, era pronto a morire in loro testimonianza anche solo in forza di quanto aveva visto.”
[…] “30. Una volta si recò, per sua devozione, a una chiesa distante da Manresa poco più di un miglio: credo che si chiamasse San Paolo. La strada correva lungo il fiume. Tutto assorbito nelle sue devozioni, si sedette un poco con la faccia rivolta al torrente che scorreva in basso. E mentre stava lì seduto, gli si aprirono gli occhi dell’intelletto: non ebbe una visione, ma conobbe e capì molti principi della vita interiore, e molte cose divine e umane; con tanta luce che tutto gli appariva come nuovo. Non è possibile riferire con chiarezza le pur numerose verità particolari che egli allora comprese; solo si può dire che ricevette una grande luce nell’intelletto. Il rimanere con l’intelletto illuminato in tal modo fu così intenso che gli pareva di essere un altro uomo, o che il suo intelletto fosse diverso da quello di prima. Tanto che se fa conto di tutte le cose apprese e di tutte le grazie ricevute da Dio, e le mette insieme, non gli sembra di aver imparato tanto, lungo tutto il corso della sua vita, fino a sessantadue anni compiuti, come in quella sola volta.”
VENEZIA
[…] “42. A Venezia le guardie salirono sul traghetto per controllare a uno a uno tutti quelli che c’erano, ma lui lo tralasciarono. In città si procurava il cibo chiedendo l’elemosina e dormiva in piazza San Marco. Non volle mai presentarsi all’ambasciatore dell’imperatore e neppure si diede da fare con impegno straordinario a procurarsi i mezzi per andare a Gerusalemme. Aveva nell’anima una grande certezza che Dio gliene avrebbe dato modo, e questo gli dava tanta fiducia che, per quante paure o ragioni gli opponessero, non riuscivano a scuoterlo. […] Fin dal tempo di Manresa il pellegrino aveva preso questa abitudine: a tavola, quando mangiava con qualcuno, non parlava mai se non per dare qualche breve risposta, ma stava ad ascoltare quello che si diceva e fissava l’attenzione su alcuni argomenti da cui prendeva occasione per parlare di Dio: così appunto faceva al termine del pasto.”
IL RITORNO DA GERUSALEMME
“50. Il pellegrino aveva compreso che la sua permanenza a Gerusalemme non era volontà di Dio. Da allora andava sempre considerando tra sé cosa doveva fare. Si sentiva propenso a dedicarsi per un po’ di tempo allo studio in modo da mettersi in grado di aiutare le anime; così decise di andare a Barcellona”.
LO STUDIO
“…cominciò a darsi a più grandi penitenze e astinenze. Dopo aver passato un po’ di tempo in questo genere di vita tra l’ospedale e il mendicare, vedendo che faceva poco profitto negli studi, cominciò a riflettere sul da farsi.” (Au 74)
“ 82. Iniziò con il proposito di conservare quelli che avevano deciso di servire il Signore, senza andare a cercare altro; e ciò per poter studiare più comodamente. Cominciando a seguire le lezioni del Corso, iniziarono a venirgli le stesse tentazioni che l’avevano afflitto a Barcellona quando studiava grammatica: ogni volta che sentiva la lezione, non poteva stare attento a causa delle molte cose spirituali che gli venivano in mente. Accorgendosi che in quel modo faceva poco profitto negli studi, andò dal maestro e gli promise di non mancare mai di sentire tutto il corso, purché avesse trovato pane e acqua per sostentarsi. Appena ebbe fatta questa promessa, tutte quelle devozioni che gli sopravvenivano fuori tempo, lo lasciarono e poté andare tranquillamente avanti con i suoi studi”.
LA STORTA
“96. Aveva deliberato che, una volta sacerdote, sarebbe rimasto un anno senza celebrare la messa per prepararvisi e per pregare la Madonna che lo volesse mettere con il suo Figlio. Un giorno, trovandosi ormai a poche miglia da Roma, mentre in una chiesa faceva orazione, sentì nell’animo una profonda mutazione e vide tanto chiaramente che Dio Padre lo metteva con Cristo suo Figlio da non poter più in alcun modo dubitare che di fatto Dio Padre lo metteva con il suo Figlio”. (Au 96)
Dagli “Esercizi Spirituali”
1] ANNOTAZIONI PER AVERE UNA QUALCHE COMPRENSIONE DEGLI ESERCIZI SPIRITUALI CHE SEGUONO, E PER AIUTARE SIA CHI LI DEVE PROPORRE SIA CHI LI DEVE FARE.
Prima annotazione. Con il termine di esercizi spirituali si intende ogni forma di esame di coscienza, di meditazione, di contemplazione, di preghiera vocale e mentale, e di altre attività spirituali, come si dirà più avanti. Infatti, come il passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali i diversi modi di preparare e disporre l’anima a liberarsi da tutte le affezioni disordinate e, dopo averle eliminate, a cercare e trovare la volontà di Dio nell’organizzazione della propria vita in ordine alla salvezza dell’anima.
Quinta annotazione. Giova molto che chi fa gli esercizi li intraprenda con animo aperto e generoso verso il suo Creatore e Signore, mettendogli a disposizione tutta la propria volontà e libertà, in modo che la divina maestà possa disporre di lui e di quanto possiede secondo la sua santissima volontà.
REGOLE PER RICONOSCERE GLI SPIRITI
[313] REGOLE PER SENTIRE E RICONOSCERE IN QUALCHE MODO LE VARIE MOZIONI CHE SI PRODUCONO NELL’ANIMA, PER ACCOGLIERE LE BUONE E RESPINGERE LE CATTIVE. QUESTE REGOLE SONO ADATTE SOPRATTUTTO ALLA PRIMA SETTIMANA.
[314] Prima regola. A coloro che passano da un peccato mortale all’altro, il demonio comunemente è solito proporre piaceri apparenti, facendo loro immaginare diletti e piaceri sensuali, per meglio mantenerli e farli crescere nei loro vizi e peccati. Con questi, lo spirito buono usa il metodo opposto, stimolando al rimorso la loro coscienza con il giudizio della ragione.
[315] Seconda regola. In coloro che si impegnano a purificarsi dai loro peccati e che procedono di bene in meglio nel servizio di Dio nostro Signore, avviene il contrario della prima regola. In questo caso, infatti, è proprio dello spirito cattivo rimordere, rattristare, porre difficoltà e turbare con false ragioni, per impedire di andare avanti; invece è proprio dello spirito buono dare coraggio ed energie, consolazioni e lacrime, ispirazioni e serenità, diminuendo e rimovendo ogni difficoltà, per andare avanti nella via del bene.
[316] Terza regola: la consolazione spirituale. Si intende per consolazione quando si produce uno stimolo interiore, per cui l’anima si infiamma di amore per il suo Creatore e Signore, e quindi non può amare nessuna delle realtà di questo mondo per se stessa, ma solo per il Creatore di tutte; così pure quando uno versa lacrime che lo portano all’amore del Signore, sia per il dolore dei propri peccati, sia per la passione di Cristo nostro Signore, sia per altri motivi direttamente ordinati al suo servizio e alla sua lode. Infine si intende per consolazione ogni aumento di speranza, fede e carità, e ogni gioia interiore che stimola e attrae alle realtà celesti e alla salvezza dell’anima, dandole tranquillità e pace nel suo Creatore e Signore.
[317] Quarta regola: la desolazione spirituale. Si intende per desolazione tutto il contrario della terza regola, per esempio l’oscurità dell’anima, il turbamento interiore, lo stimolo verso le cose basse e terrene, l’inquietudine dovuta a diverse agitazioni e tentazioni: così l’anima s’inclina alla sfiducia, è senza speranza e senza amore, e si ritrova pigra, tiepida, triste e come separata dal suo Creatore e Signore. Infatti, come la consolazione è contraria alla desolazione, così i pensieri che sorgono dalla consolazione sono contrari a quelli che sorgono dalla desolazione.
Dalle “Lettere”
“Ignazio in quel viaggio aveva il dono di frequenti sentimenti spirituali, specialmente quando riceveva la Comunione dalle mani di Fabro e dallo stesso Laínez. Aveva la sensazione che il Padre gli imprimesse nel cuore queste parole: “Io vi sarò propizio a Roma”. Nell’occasione di cui stiamo parlando gli parve di vedere Cristo caricato della croce e, accanto a Lui, il Padre che gli diceva: “Voglio che tu prenda costui come tuo servitore”. Gesù allora lo prendeva dicendo: “Voglio che tu ci serva”. Perciò, essendogli venuta una grande devozione per questo nome santissimo, volle che la congregazione si chiamasse Compagnia di Gesù” (Lainez, Adhort. in examen, n. 7, FN II)
“Volevamo soltanto guardare all’onore, alla sana dottrina e alla vita intemerata. Mai, con l’aiuto di Dio, ci preoccuperemo se ci ritengono ignoranti, rozzi e che non sappiamo parlare, o se ci chiamano maligni, ingannatori e incostanti. Ma ci dispiaceva che ci tacciassero come malsana la dottrina che predichiamo e reputassero censurabile la via per la quale camminiamo, poiché non sono nostre né l’una né l’altra, bensì di Cristo e della sua Chiesa.” (Lettera a Pietro Contarini, 24 novembre 1538).
“La discreta carità sempre può fare eccezioni”. (Lettera a P. Cesar Helmius, 12 gennaio 1555)
“La discreta carità giudicherà ciò che conviene”. (Lettera a Francesco Borgia, 29 maggio 1555)
“si attenga piuttosto a quanto la discreta carità, tenuto conto della situazione del momento, e l’unzione dello Spirito Santo, che deve essere in tutte le cose la sua principale guida, gli detteranno” (Istruzione a P. Joāo Nuñes Barreto, aprile 1555)
“Prega che l’eterna saggezza ci dia sempre la carità così discreta e la discrezione così caritativa, perché possiamo sempre amare e fare con precisione ciò che è più accettabile e piacevole a Dio” (Lettera di Polanco a Francesco Borgia, 25 gennaio 1549)
“Termino pregando la santissima Trinità che per la sua infinita e somma bontà ci dia grazia abbondante perché sentiamo la sua santissima volontà e la compiamo interamente”. (conclusione di molte lettere scritte da Ignazio)
Preghiera del Suscipe Domine
Prendi, Signore,
tutta la mia libertà
la mia memoria,
la mia intelligenza
e tutta la mia volontà,
tutto ciò che ho e possiedo
Tu me lo hai dato:
a Te, Signore, lo ridono,
Tutto è tuo:
di tutto disponi
secondo la tua volontà.
Dammi il tuo amore
e la tua grazia:
questo mi basta.
PIO X
Testimonianze di tre Pontefici su san Pio X:
- Papa Pacelli (Pio XII): nel discorso dopo il rito di canonizzazione (29 maggio 1954), pronuncia queste parole:
«Tu in cui l’umiltà parve affratellarsi con la grandezza, l’austerità con la mansuetudine, la semplice pietà con la profonda dottrina;
Tu, Pontefice dell’Eucaristia e del catechismo, della fede integra e della fermezza impavida;
volgi il tuo sguardo verso la Chiesa santa, che Tu tanto amasti e alla quale dedicasti il meglio dei tesori, che con mano prodiga la divina Bontà aveva deposto nell’animo Tuo». - Domenica 31 gennaio 1993, durante la sua omelia dall’ambone di questa nostra Parrocchia, Papa Wojtyla (Giovanni Paolo II) cita il primo Pontefice del XX secolo:
«Instaurare omnia in Christo: sono parole emblematiche e programmatiche non solamente per il suo Pontificato ma, potrei dire, per tutto questo secolo XX (…)»
«Instaurare, innovare, cercare in Lui sempre il recupero, l’instaurazione, la restaurazione di quello che è giusto, che è umano, che è pacifico, che è bello, che è sano e che è santo (…). Omnia vuol dire la vita personale, la vita delle famiglie, la vita degli ambienti umani, dei quartieri, di questo grande quartiere che è diventato parrocchia di San Pio X». - Papa Bergoglio (Francesco), il 21 agosto 2019 (festa di Pio X), dirà come monito imperituro:
«Sull’esempio del Santo Pontefice Pio X, di cui oggi è la festa, vi invito ad andare incontro a Gesù Cristo con l’ascolto del suo Vangelo e con le opere buone. Lo Spirito Santo vi sostenga sul vostro cammino».